a anni, anzi da decenni, la questione della disparità salariale tra uomini e donne è un tema “caldo”. Se ne è parlato a lungo, spesso trattandolo come un traguardo auspicabile ma tutto sommato utopico. Ora, però, l’Unione europea ha scelto di affrontare il problema di petto: in questo scenario si inserisce di diritto la certificazione per la parità di genere. Sai di cosa si tratta?
Se ti occupi delle procedure HR per la tua azienda o sei titolare di una PMI, non c’è più tempo per rimandare le decisioni necessarie per ridurre drasticamente il gender pay gap. Scopri nella nostra guida quali sono i requisiti della certificazione per la parità di genere e la norma UNI/PdR 125:2022, che tratta proprio questa materia. In più, ti spieghiamo come funzionano gli sgravi fiscali e quali sono gli errori da evitare.
Cos’è la certificazione della parità di genere
Per capire cos’è la certificazione per la parità di genere, dobbiamo prima sintetizzare la situazione sul gender pay gap in Italia. Ufficialmente, sappiamo che nel nostro Paese la disparità retributiva tra uomo e donna è al 5,6%, tecnicamente di poco sopra alla nuova soglia limite del 5% introdotta dalla normativa sulla trasparenza salariale.
Tuttavia, basta approfondire i dati dell’ISTAT per scoprire che a parità di livello di istruzione gli uomini vengono pagati più delle donne, soprattutto nei ruoli manageriali dove il gap arriva addirittura al 30,8%.
In questo panorama ancora desolante si inserisce la certificazione per la parità di genere, un’iniziativa promossa nel 2021 e poi lanciata ufficialmente nel 2022 dal Dipartimento per le Pari Opportunità. Lo scopo è semplice, almeno sulla carta: incoraggiare attivamente l’adozione di un sistema virtuoso di tipo premiale, basato su meccanismi di incentivazione.
Certificazione parità di genere: è obbligatoria?
Mentre la legge sulla trasparenza salariale 2026 ha introdotto diversi obblighi, come ad esempio l’inserimento degli stipendi o dei range retributivi negli annunci di lavoro e il calcolo del gender pay gap aziendale, la certificazione per la parità di genere non è obbligatoria. Tuttavia, il vantaggio fiscale ha già spinto diverse aziende ad attivarsi. Al momento, sono infatti già oltre 15.000 le imprese certificate. Tra i settori che hanno accolto con maggiore slancio l’iniziativa statale, ci sono:
- Costruzioni
- Attività manifatturiere
- Attività professionali, scientifiche e tecniche
- Amministrazione pubblica
- Commercio all’ingrosso e al dettaglio
Un altro dato interessante riguarda l’attuale tipologia di aziende certificate: secondo gli ultimi dati, oltre il 70% del totale è composto da piccole e medie imprese. Un insight che ci dimostra ancora una volta quanto il motore dell’Italia siano sempre le PMI, persino in momenti economici complicati come quello che stiamo vivendo ora.
Chi può richiederla e chi la rilascia
Le modalità attuative per ottenere gli sgravi fiscali promessi dalla certificazione per la parità di genere sono stati specificati direttamente dall’UNI (l’ente italiano per la normazione) e dalla circolare INPS n. 137 del 27 dicembre 2022. L’INPS ha poi continuato ad aggiornare le informazioni nel corso degli anni direttamente sul suo sito.
La certificazione per la parità di genere può essere rilasciata esclusivamente da un organismo accreditato, come stabilito dal regolamento CE 765/2008. Nel nostro Paese l’ente di riferimento è Accredia. La lista di organismi è in costante aumento: puoi consultarla a questo link.
Possono accedere volontariamente alla richiesta le imprese di questa lista:
- tutte le aziende private;
- enti pubblici economici e privatizzati;
- ex istituti pubblici di assistenza e beneficenza trasformati in associazioni o fondazioni di diritto privato;
- aziende speciali costituite anche in consorzio;
- consorzi di bonifica e industriali;
- enti morali ed ecclesiastici.
I requisiti per ottenere la certificazione
La condizione di base per ottenere la certificazione sulla parità di genere è il rispetto dei requisiti. In particolare, la prassi UNI/PdR 125:2022 stabilisce alcuni indicatori chiave di tipo qualitativo e quantitativo, chiamati Key Performance Indicator (KPI), che coprono sei aree di valutazione su cui basare una reale equità di trattamento tra uomini e donne.
Le aree di valutazione (KPI)
Entrando più nel dettaglio dei KPI per la certificazione sulla parità di genere, scopriamo che si tratta di questi ambiti:
- Cultura e strategia
- Governance
- Processi HR
- Opportunità di crescita e inclusione delle donne in azienda
- Equità remunerativa
- Tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro
Per ogni area c’è un indicatore associato, che determina un peso percentuale su un totale di 100, ovvero l’obiettivo finale. Ciascun KPI viene ponderato in base al relativo ambito di valutazione, secondo valori stabiliti internamente o al valore medio di riferimento nazionale. Per ottenere la certificazione è necessario raggiungere il punteggio minimo complessivo pari al 60%. Per ulteriori informazioni su come calcolare i KPI, vedi il pdf governativo.
Documentazione e processo di audit
Per ottenere la certificazione, l’azienda deve predisporre tutto il necessario da presentare all’ente competente. Il nodo cruciale è la conferma dei valori emersi dai KPI e per questo la documentazione funge da giustificativo. Oltre a una dichiarazione formale della direzione che includa tutti gli obiettivi misurabili, l’elenco di documenti può includere queste e altre evidenze:
- Report sui KPI
- Manuali procedurali interni per il gender pay gap
- Regolamenti sui criteri di selezione del personale e scatti di carriera
Ma come si arriva ai dati ufficiali? Per valutare le proprie risorse, ogni azienda interessata deve attuare un sistema di audit interni che possano vigilare concretamente sull’effettiva parità di genere e sul rispetto delle procedure richieste. Gli audit devono svolgersi in modo conforme alla certificazione UNI EN ISO 19011, ovvero con team indipendenti e competenti, oltre che bilanciati in termini di genere.
Come ottenere la certificazione: il percorso passo-passo
Il percorso per ricevere la certificazione sulla parità di genere deve essere modulato su diversi passaggi: li abbiamo sintetizzati per aiutarti a definire meglio il tuo piano.
- Definizione di un gruppo di lavoro dedicato e assegnazione del budget
- Stesura di un piano d’azione con obiettivi e strategie per l’ottenimento del certificato
- Raccolta dei dati sul gender pay gap aziendale (anche tramite audit)
- Creazione/modifica, attuazione e condivisione delle policy con il personale
- Identificazione e correzione dei punti deboli
- Predisposizione della documentazione per l’ente di certificazione
- Monitoraggio delle policy nel corso del tempo
Costi e durata della certificazione
La certificazione dura tre anni ed è soggetta a monitoraggio annuale. Gli audit si rivelano quindi lo strumento indispensabile per non perdere la certificazione. Per quanto riguarda i costi, tutto dipende dal tipo di consulenza esterna richiesta per identificare i gap e monitorare il piano. C’è poi il costo dell’ente di certificazione, che varia in base al numero di dipendenti e alle dimensioni dell’azienda, e quello degli audit.
Vantaggi fiscali: sgravi contributivi INPS e altri incentivi
La normativa sulla certificazione per la parità di genere prevede che le aziende possano accedere all’esonero dai contributi previdenziali fino a massimo 50.000 euro (non superiore all’1%). La condizione di base è che abbiano ottenuto la certificazione UNI/PdR 125:2022 alla data del 31 dicembre dell’anno precedente a quello di riferimento, rilasciata da un organismo ufficiale, e che abbiano inoltrato la domanda sui canali dell’INPS.
Punteggio premiale in bandi e appalti pubblici
Gli sgravi fiscali non solo l’unico vantaggio offerto. Alle imprese viene anche riconosciuto un punteggio premiale per la partecipazione a bandi e gare pubbliche. In più, in alcuni casi possono accedere anche ad agevolazioni per fideiussioni e accesso al credito.
Certificazione e gender pay gap: che legame c’è
Inutile girarci intorno: la procedura necessaria per ottenere la certificazione per la parità di genere rappresenta un tassello fondamentale per la riduzione del gender pay gap in azienda. Questo perché permette di introdurre un approccio pragmatico alla riduzione delle disparità, che va ovviamente affiancato a quanto richiesto dalla normativa sulla trasparenza salariale.
In pratica, è un sistema virtuoso che plasma la mentalità giusta per affrontare le lacune. In più, offre un vantaggio strategico per:
- Migliorare la cultura aziendale
- Attrarre i migliori talenti
- Rassicurare gli stakeholder
- Migliorare la competitività dell’azienda
Errori comuni da evitare nel percorso di certificazione
Per arrivare al traguardo finale, ovvero la certificazione per la parità di genere, devi assicurarti di impostare un piano concreto e mirato. L’eliminazione del gender pay gap non è un miraggio: è un percorso che si può affrontare a partire dai tanti strumenti a disposizione delle aziende.
Sicuramente, però, dovrai stare alla larga da questi comuni passi falsi:
- Saltare la fase preliminare di analisi
- Affidare tutto il processo a una sola persona
- Dimenticare la formazione
- Cedere agli stereotipi sulla parità di genere
- Non comunicare la policy al personale
- Non misurare i KPI correttamente
- Richiedere la certificazione senza prima aver fatto un audit
- Smettere di monitorare il gender pay gap
Consigli finali per gestire il sistema della parità di genere
Oltre alla certificazione per la parità di genere, la disparità tra uomini e donne si combatte con un approccio olistico alla gestione HR. Tutto inizia dai dati: sai veramente cosa succede nei tuoi flussi payroll aziendali? Per esempio, sapevi che spesso le disuguaglianze salariali si nascondono nell’assegnazione dei benefit?
Coverflex è il partner di supporto a cui puoi affidarti per far emergere le informazioni reali, inclusi i KPI necessari per completare il percorso di certificazione. Parti da qui: scopri se stai rispettando la compliance sulla trasparenza salariale e a che punto sei nel percorso verso l’eliminazione del gender pay gap nella tua impresa.










