Trattamento di fine rapporto (TFR)

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Il TFR è una delle voci più ricorrenti in busta paga, ma sai esattamente cos’è e come funziona? Il trattamento di fine rapporto, introdotto con questo nome negli anni Ottanta del secolo scorso, permette a ogni dipendente di mettere da parte un po’ di denaro. Vediamo come è normato nel nostro Paese, a chi spetta e come viene calcolato il TFR.

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Cos’è il TFR: storia e normativa

Il trattamento di fine rapporto, oppure semplicemente TFR o liquidazione, è una retribuzione differita che spetta ai dipendenti al termine del rapporto di lavoro subordinato. Si tratta quindi di una particolare forma di indennità che viene corrisposta a prescindere dai motivi della risoluzione del contratto e che si basa sulla retribuzione globale percepita. 

La sua introduzione ufficiale in Italia risale al 1° giugno del 1982, in sostituzione della vecchia indennità di anzianità che ora non esiste più. Quest’ultima veniva calcolata in base agli anni di servizio e all’ultima mensilità percepita. Come vedremo in seguito, il TFR ora segue un procedimento diverso per il calcolo.

Oggi il TFR rappresenta dunque un’importante tutela per chi ha un contratto di lavoro subordinato, in quanto garantisce un sostegno economico al termine del rapporto di lavoro e consente di far fronte alle spese necessarie per la ricerca di un nuovo impiego. Inoltre, il trattamento di fine rapporto può essere corrisposto in un’unica soluzione alla conclusione del contratto o in forma rateale attraverso l’utilizzo di appositi fondi di previdenza complementare.

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A chi spetta il trattamento di fine rapporto e come funziona

Attualmente il trattamento di fine rapporto è dovuto a tutti i dipendenti del settore privato e pubblico, a tempo determinato o indeterminato. Sono inclusi anche i contratti part-time, oltre ovviamente a quelli a tempo pieno, e quelli a progetto. Sono invece esclusi i lavoratori autonomi.

Per capire come funziona e a quanto ammonterà il TFR dobbiamo fare una premessa. Nel momento in cui si firma un contratto, è possibile decidere se lasciare le quote di trattamento di fine rapporto in azienda o se conferirle a un fondo di previdenza a parte. Nel primo caso non si dovrà fare nulla; diversamente, bisognerà compilare l’apposito modulo per indicare la propria intenzione.

Va inoltre specificato che non è obbligatorio aspettare la fine del rapporto di lavoro per accedere alla liquidità. I dipendenti possono infatti richiedere in anticipo in caso di:

  • spese sanitarie impreviste per problemi di salute riconosciuti dal sistema sanitario nazionale;
  • acquisto o ristrutturazione della prima casa per sé oppure per i propri figli;
  • costi da sostenere durante congedi parentali o per periodi di formazione. 

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Come si calcola il trattamento di fine rapporto

Il TFR viene calcolato in base a un sistema di accantonamento di una quota dell’indennità sostitutiva del preavviso. In pratica, la somma si ottiene dividendo la RAL (retribuzione annuale lorda) per 13,5, ovvero il numero convenzionale di mensilità corrisposte.

Facciamo un esempio di trattamento di fine rapporto per un dipendente che guadagna 35.000 lordi euro all’anno. Dobbiamo semplicemente dividere questo numero per 13,5: otterremo 2.593 euro, ovvero la quota annuale versata dal datore di lavoro come TFR. 

Tuttavia, bisogna prendere anche in considerazione la rivalutazione annuale del trattamento di fine rapporto che prevede due passaggi, ovvero l’applicazione dell’1,5% di quota fissa e del 75% dell’indice dei prezzi dell’ISTAT.

La tassazione del trattamento di fine rapporto

Per quanto riguarda l’imposizione fiscale del TFR, abbiamo due scenari possibili. Semplificando, quando il TFR resta in azienda la somma è soggetta a una tassazione separata con un’aliquota media calcolata sugli anni di servizio. La rivalutazione è invece soggetta all’aliquota del 17%. Nello scenario in cui il trattamento di fine rapporto confluisca in un fondo pensione, la tassazione oscilla dal 9 al 15% secondo gli anni di permanenza nel fondo.

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